| Testimonianze



La testimonianza di Elio Armano


“... Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma...”: così, come per la natura la celebre frase di Lavoisier ben si adatta anche alle vicissitudini sociali, politiche ed economiche dei nostri tempi colmi di trasformazioni impensabili, ma anche di presenze fortemente radicate nonostante la caduta dei simboli che parevano fortissimi come la bandiera rossa. Certo è che il rosso è stato spesso usato, fuori dall’Italia, per coprire malefatte e fallimenti di regimi ottusi e illiberali. Un colore dunque, che tanto più si usa, tanto più “stroppia” e, al contrario, “funziona” quando è usato sobriamente, come in un quadro dove ne basta pochissimo per riscaldare l’insieme più cupo...

Succede persino nel vecchio glorioso cinema in bianco e nero, dove un piccolissimo rettangolo che subito si immagina rosso, continua a emozionare più del mare di bandiere dei “primi maggio” sovietici: Charlie Chaplin, l’inconsapevole omino di Tempi Moderni, trasforma infatti in pochi fotogrammi quella piccola bandierina da scambiatore ferroviario in un segno di orgoglio e di lotta, solo trovandosi casualmente davanti ad un corteo di lavoratori.

A questo rosso tranquillo, spesso isolato, ma mai debole e sconfitto, mi piace associare l’immagine di una cooperativa come la Clea, qualcosa che mentre tutto cambia, ribolle e si trasforma, si rafforza e mantiene viva la sua ragion d’essere. Non può che andare così, perchè queste organizzazioni solidaristiche vengono da lontanissimo, hanno subito persecuzioni, repressioni e annessioni, facendosi inevitabilmente contaminare dai venti, ora libertari, ora tragici del novecento e sempre hanno saputo rigenerarsi più forti delle ideologie. Bianche o rosse, cattoliche o laiche, le cooperative, quelle vere fatte di uomini e donne in carne ed ossa, come la Clea, non solo hanno resistito, ma spesso sono diventate delle solidissime e modernissime imprese capaci di interloquire con autorevolezza con il tessuto economico privato e con le istituzioni. Fare una cooperativa e farla nel Veneto degli anni cinquanta, è stato un altro modo di “mettersi in proprio” rispetto allo stare “sotto padrone” che spinse tanti lavoratori a farsi artigiani e imprenditori di tutto rispetto. Che non sia stato né facile né semplice lo dicono le foto scolorite degli inizi, quando la Clea aveva come attrezzatura solo la forza delle braccia dei propri soci e una sede rimediata al pian terreno di una piccola abitazione.

Freddo, nebbia, biciclette e motorini, cambiali e soprattutto determinazione e il prestigio che si acquisiva lavoro dopo lavoro, hanno fatto crescere la Clea. Una vera lunga marcia, dentro la quale vi sono state difficoltà che apparivano insormontabili, discussioni e confronti anche aspri, consolidamenti e ripiegamenti, il tutto davanti a un “mercato” che non faceva mai sconti e dove bisognava sempre essere presenti difendendosi con le unghie e con i denti, ma soprattutto con la forza di una visione strategica stando almeno alla pari con le altre imprese delle stesse dimensioni. L’elenco dei lavori realizzati in lungo e in largo, non solo nel Veneto, parlano di questa capacità di affermarsi.

Al di là dei numeri e dei luoghi, c’è una serie infinita di eventi che non si possono numerare nè rappresentare e che sono l’essenza del fare cooperativa. In un mondo dove l’acculturazione non è mai una conquista definitiva, come purtroppo dimostrano la scomparsa dei partiti e la caduta della partecipazione democratica, la cooperazione è stata e rimane una grande scuola di vita e di libertà. Un mondo, dove i soci, oggi come ieri, ascoltano, riflettono, si fanno un’idea, prendono la parola e, se è necessario, dissentono. Poi, alla fine, votano e decidono. In sedicesimo, quello che si fa (o si dovrebbe fare) in un paese moderno, avanzato e democratico non solo nelle forme esteriori.

Che la cooperazione “disturbi”, che ogni tanto qualcuno pensi di cancellarla, nonostante la costituzione, è facile a capirsi. Infastidiscono la sua efficienza, il suo essere dentro l’innovazione del lavoro e della tecnologia, la sua indipendenza e autorevolezza. Infastidisce il sereno e motivato orgoglio dei suoi consuntivi sociali prima ancora di quelli economici. Felicitiamoci tutti dunque con la Clea per il suo primo mezzo secolo e per quel suo sventolare come Charlot quella piccola bandierina di libertà non solo imprenditoriale.


Elio Armano
Scultore






La testimonianza di Roberto Donolato


Il cinquantesimo anniversario di attività della Cooperativa CLEA ci dà l’opportunità di ricordare il difficile periodo che attraversava l’intero Paese alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso: occorreva portare a termine celermente la ricostruzione postbellica, andava completato il processo di consolidamento della struttura sociale e dell’assetto istituzionale, in un contesto in cui però era ancora molto rilevante il fenomeno di una massiccia emigrazione che interessava larghe fasce della popolazione, in modo particolare nei nostri paesi. In questo contesto la cooperativa CLEA si propose alla comunità di Campolongo Maggiore quale coraggioso esempio di rinascita civile, prima ancora che economica. I primi anni di attività non furono certo facili, ma il duro lavoro di tutti posto a fondamento dell’impresa, la determinazione dei soci, l’onestà e l’elevata qualità dei lavori realizzati riuscirono a far superare a CLEA le iniziali difficoltà, permettendole di svilupparsi come importante realtà produttiva e di espandersi sino a raggiungere traguardi eccellenti.

Oggi CLEA è una consolidata impresa che ha costruito molto nel Veneto e regioni limitrofe, e che si è più volte segnalata all’attenzione degli addetti ai lavori per le spiccate capacità di innovazione, per la proficua collaborazione con importanti architetti e per la rilevanza dei propri interventi costruttivi, pubblici e privati, diventando punto di riferimento per l’intero movimento cooperativo edilizio del territorio Veneto. Anche oggi, come nel lontano 1959, il Paese è coinvolto in una profonda crisi, e anche oggi, come allora, CLEA è chiamata a fornire un contributo importante per rilanciare l’economia del territorio. Sono certo che vi riuscirà, grazie alla sua notevole esperienza, al prestigio raggiunto, ma anche e soprattutto grazie alle capacità, ripetutamente manifestate, di saper cogliere nuove opportunità.


Il Sindaco di Campolongo Maggiore
Roberto Donolato






La testimonianza di Gianfranco Lucatello


Ripercorrere la storia della CLEA, iniziata il 7 agosto 1959, significa ricostruire un pezzo importante della storia del Movimento Cooperativo non solo veneto ma, anche, del nostro Paese. E questo sotto diversi aspetti. Dal punto di vista giuridico, senza dubbio; perché questi 50 anni sono stati caratterizzati da grandi trasformazioni dell’impianto giuridico della cooperazione e di quella di lavoro in particolare.

Dal punto di vista della normativa in materia di appalti e lavori pubblici; il settore nel quale CLEA ha costruito la propria esperienza lavorativa, lasciando il segno su importanti opere che hanno caratterizzato la nostra realtà regionale e non solo, si è fortemente evoluto richiedendo agli operatori capacità imprenditoriali sempre più articolate. Dal punto di vista dello sviluppo e della crescita del Movimento Cooperativo veneto, di Legacoop e dei suoi consorzi all’interno dei quali CLEA è sempre stata soggetto attivo ed intelligente. Il traguardo che la Cooperativa ha raggiunto è il risultato di un lavoro difficile ma, allo stesso tempo, eccezionale e straordinario: un lavoro nel quale si sono mescolati valori importanti, quali quello della solidarietà e della democrazia, con i principi dell’efficienza economica.

CLEA è una cooperativa che ha costruito il proprio patrimonio passo dopo passo, mattone dopo mattone. Mi piace allora, in modo particolare in questa fase dell’economia italiana e non solo, sottolineare questa impostazione e questa strategia rispetto a ciò che ha lasciato uno sconsiderato uso degli strumenti della finanza. I Fondatori, li voglio ricordare Sergio Zerbin, Giovanni Masiero e Pietro Spolador, e i Soci di CLEA ci lasciano questa prima lezione: è il lavoro al centro del benessere della società e della valorizzazione dell’uomo. Ma non solo.

Le lezioni che oggi i giovani cooperatori possono apprendere dalla storia di CLEA sono anche altre. In primo luogo quella della necessità di analizzare sempre il mercato ed il contesto nel quale si è chiamati ad operare, di non dare mai niente per scontato e, soprattutto, di sapersi mettere in discussione. CLEA ha saputo, nel corso degli anni, cogliere le opportunità che le si sono presentate davanti: avrebbe potuto chiudersi ed evitare rischi. Così facendo, però, sarebbe rimasta un soggetto marginale. Ecco allora che, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, la Cooperativa comincia ad assumere personale tecnico e a consolidare i propri rapporti con i consorzi cooperativi. A metà degli anni settanta, periodo nel quale la Cooperativa raddoppia il proprio fatturato e le proprie iscrizioni all’albo nazionale costruttori, CLEA punta decisamente sul settore delle infrastrutture.

Questa scelta strategica, che si rivelerà vincente, significò innanzitutto investimenti e, quindi, rischi e preoccupazioni da parte di molti Soci e anche da parte del Consiglio di Amministrazione. Ma fu, questa, un’impostazione che metteva al centro la capacità di sviluppare un grande progetto imprenditoriale. Potrei richiamare altri esempi; nel 1996, con l’affitto del ramo di azienda di una importante cooperativa del trevigiano in procedura fallimentare, CLEA dette vita ad una delle pagine più belle della propria storia perché fu costretta a mettere mano alla propria struttura tecnica ed organizzativa, a sviluppare nuove capacità relazionali con i committenti pubblici e privati, a crescere dal punto di vista dimensionale e professionale. Oggi il nuovo gruppo dirigente, oramai consolidatosi a partire dagli anni duemila, ha di fronte sfide altrettanto importanti e complesse. In primo luogo, quella del mercato. Il mercato nel quale CLEA interviene ha subito trasformazioni notevoli dal punto di vista dell’impianto giuridico così come da quello della sua conformazione.

Oggi CLEA è chiamata a confrontarsi con un mercato caratterizzato sempre più da procedure concorsuali complesse e che richiedono elevate capacità organizzative, imprenditoriali e patrimoniali. Ancor  una volta il gruppo dirigente di CLEA è chiamato alla responsabilità di non poter rimanere fermo di fronte alle trasformazioni, a quella di analizzare la realtà e di compiere scelte dalle quali dipenderà il futuro di questa impresa e la sua capacità di confermarsi sempre di più leader di mercato. Poi quella della valorizzazione e della attualizzazione dei principi della cooperazione. Sono fermamente convinto che, accanto alla capacità imprenditoriale che la Cooperativa ha saputo dimostrare, uno dei motivi del suo innegabile successo sia stato quello di aver saputo sempre coniugare alla sua azione imprenditoriale i principi ed i valori della cooperazione. Sono questi principi che non solo valorizzano la struttura democratica e solidaristica dell’impresa cooperativa, ma anche ne esaltano le potenzialità imprenditoriali: pensiamo allo strumento del ristorno ai soci, al prestito sociale, alla possibilità di emettere strumenti finanziari. Nel celebrare questo importante appuntamento della CLEA e dei suoi Soci, esprimo tutto il ringraziamento di Legacoop Veneto e delle Cooperative associate per quanto i Fondatori ed i Soci di CLEA hanno fatto per il Movimento Cooperativo. Al contempo ribadisco l’impegno dell’Associazione Regionale per contribuire, assieme alle strutture dell’Associazione, a ricercare con CLEA nuove strade per rendere ancora più importante la storia di imprenditorialità e di solidarietà che questa Cooperativa ha saputo realizzare in questi 50 anni. Sapendo che dopo un raccolto ne viene un altro ed è già tempo di pensare al prossimo.


Presidente Legacoop Veneto
Gianfranco Lucatello






La testimonianza di Umberto Matino


Ho conosciuto Clea nel 1976... e adesso, nell’evocarne il nome, sembra quasi sia stato l’incontro galante con una signora! Se vado però col pensiero a quei giorni per me non lontani, mi appaiono i volti di Sergio, di Piero, di Mario e di tanti altri, e l’immagine femminile subito svanisce.

Clea infatti, e allora me ne accorsi all’istante, dietro a quel nome da timida ragazzina campagnola, raggruppava un gruppo compatto di esperti muratori, di vecchie volpi dei cantieri, di braccia rubate all’agricoltura, e coinvolte in un’impresa che pareva più grande di loro: costruire una grande azienda cooperativa. Ho potuto assistere anno per anno all’avverarsi di questa loro scommessa, al crescere dell’impresa, all’aumentare di esperienze, di qualificazioni, di capacità, di fatturati. I padri fondatori, i Zerbin, i Spolador, i Masiero ed i loro soci e compagni, la scommessa l’hanno vinta alla grande, ed ora sono i loro figli, e i soci e compagni dei loro figli, che anno per anno si dannano da mane a sera per creare occasioni di lavoro, di sviluppo e di prosperità.

Ecco, la differenza che mi ha sempre colpito fra Clea e le numerose altre imprese edili che ho conosciuto durante la mia attività professionale è stata proprio questa: il fattore umano come orizzonte della propria attività imprenditoriale. In ogni impresa ho incontrato gente esperta e persone simpatiche, imprenditori onesti e lavoratori capaci, ma in Clea tutto ciò è intimamente connesso. I bilanci vengono discussi ed approvati da tutti, così gli investimenti e le cariche sociali; i licenziamenti, le baruffe, le incomprensioni diventano problemi di tutti, questioni di famiglia, discussioni fra parenti... In questo intreccio di affari e sentimenti, di imprenditoria e di amicizia si svolge l’attività giornaliera di un’impresa ormai abbastanza grande per navigare in un mercato regionale ed interregionale, ma ancora abbastanza piccola da poter conoscere ogni lavoratore per nome, e poterlo valutare per quello che è, e non per quello che sembra. In questi anni, assieme al mondo, anche l’edilizia è molto cambiata: procedure, norme, materiali, tecniche... tutto si è evoluto e quasi sempre in meglio.

Clea si è trasformata ed è cresciuta in sintonia con l’ambiente e con il mercato, e ha fatto proprie nuove tecniche e nuovi metodi. Talvolta mi vien da sorridere se mi trovo a discutere con qualche tecnico della Clea di project management o di sistema qualità, perchè il mio pensiero va a Carlo, a Bruno, a Benito, a Severino, ai loro volti abbronzati dal sole dei cantieri, al loro parlar schietto, alle imprecazioni usate come punteggiatura, e posso misurar in un attimo il tempo ormai trascorso. Anche il cantiere, il vero fulcro di ogni attività imprenditoriale, si è trasformato: non si vedono più le centrali di betonaggio, la buca della calce, le impalcature per trapezisti, e il fuoco con le gamelle dei muratori.

Mi ricordo quanta invidia riuscivo a suscitare nei muratori di altre imprese, alla fine degli anni settanta, raccontando loro che Clea portava ogni giorno i propri lavoratori a pranzare in trattoria, che regalava borse di studio ai figli dei soci, e che li portava perfino in gita: a Roma, a Parigi, a Praga!
“ Ma... - mi chiedevano increduli - in Clea no ghe xe mia un paròn?”
“ No, son tutti soci.”
“ E come i fa sensa uno che comanda?”
“ I fa sensa, perché in Clea son gente seria.”


Umberto Matino
Architetto